“Non siamo prestanome della mafia”

Giu 4, 2018 | Rassegna stampa

Corriere delle Alpi – Edizione di Belluno del 10.02.2012.

I figli di “Lillo” Angelo Calatafimi rivogliono i loro beni indietro ed hanno impugnato davanti al collegio del tribunale, il provvedimento col quale si disponeva la confisca di immobili del valore complessivo di € 350.000,00 nella disponibilità del calabrese trapiantato a Trichiana, in cella dopo aver gambizzato, nel novembre del 2010, un ingegnere feltrino.

I familiari di Calatafimi, attraverso l’avvocato Stefano Bettiol, hanno depositato, nei giorni scorsi, in tribunale a Belluno, un’istanza con la quale si chiede un’apposita udienza per essere sentiti e dimostrare la loro legittima proprietà di almeno parte dei beni sequestrati. Durante l’udienza l’Avvocato Stefano Bettiol depositerà una memoria difensiva con allegate le distinte dei mutui bancari, i contratti d’affitto e i documenti di compravendite che proverebbero che, appunto, parte dei beni sequestrati ad Angelo “Lillo” Calatafimi, sarebbero frutto di sacrifici di anni di lavoro e non di proventi legati alla mafia.

Nel corso dell’udienza, fissata per la prossime settimana, non è escluso che l’avvocato Stefano Bettiol chieda ai giudici la nomina di un consulente che verifichi con la “lente di ingrandimento” le attività finanziarie dei familiari di Calatafimi in modo da dimostrare la legittimità dei beni intestati ai figli. Il Decreto Legislativo 159 del 2011 (il codice della Legge antimafia) permette infatti ai “terzi” che risultano proprietari o comproprietari di beni sequestrati a personaggi in odor di mafia di essere sentiti in tribunale, entro un mese dal momento del sequestro.